fig.1. Cranio fossilizzato di Sahelanthropus tchadensis
fig.1. Cranio fossilizzato di Sahelanthropus tchadensis. Fonte immagine.

I progressi avvenuti nel campo della della genetica hanno messo in luce i rapporti di parentela che sussistono tra la specie umana e le principali famiglie di primati presenti oggi sulla Terra, rivelando una maggiore affinita’ genetica con lo scimpanze’. Confrontando il genoma umano con quello dello scimpaze’ fu possibile stimare l’epoca in cui avvenne la divergenza evolutiva tra le due specie, ipotizzando esistenza di un primitivo antenato comune vissuto tra 7 e 5 milioni di anni fa. Nel 2001 un team di paleontologi e geologi impegnati in una campagna di scavo in Ciad, portò alla luce nel deserto del Djurab alcuni resti fossili di una scimmia antropomorfa vissuta piu’ o memo 6 milioni di anni fa. Il reperto fu catalogato con il nome di Sahelanthropus tchadensis (fig.1), ma dai pochi resti recuperati, che comprendono un cranio, cinque parti della mascella e alcuni denti, non fu possibile determinare con esattezza le sue caratteristiche anatomiche fondamentali e di conseguenza il suo comportamento, in primo luogo se fosse in grado o meno di spostarsi utilizzando gli arti inferiori. La morfologia del cranio, la sua datazione e la comparazione con altri fossili, inducono a pensare che questa specie abbia vissuto in un epoca relativamente vicina a quella che vide la divergenza evolutiva tra uomo e scimpanzé, e che possa perciò rappresentare un antenato comune ad entrambe le specie.

Il processo evolutivo che negli ultimi 6 milioni di anni determinò lo sviluppo dell’uomo non fu costante e lineare, bensì un percorso ramificato che portò alla comparsa e all’estinzione di molte specie differenti, sia tra le scimmie antropomorfe, sia tra gli antenati più recenti dell’uomo. Rintracciare il percorso evolutivo dell’uomo all’interno di un “cespuglio” così intricato è un compito arduo. Le linee evolutive, tra cui una soltanto portò alla comparsa dell’Homo Sapiens, presentano diversi rami tronchi e frequenti casi in cui specie diverse coabitarono durante la stessa epoca. La comprensione di questi processi presenta ancora molti punti oscuri, perciò ogni campione fossile ritrovato e’ utile al fine di stabilire eventuali relazioni filogenetiche tra una specie e l’altra.
I reperti fossili che documentano la linea evolutiva dell’uomo dimostrano che a seguito delle scimmie antropomorfe che vissero tra 7 e 5 milioni di anni fa, avvenne una sostanziale variazione dell’anatomia e dei comportamenti all’incirca 4 milioni di anni fa, con la comparsa in Africa centromeridionale di una famiglia di primati che nel loro complesso vengono definiti Australopitechi.
Il primo esemplare fossile di australopiteco venne rinvenuto nel 1924 in Sudafrica dall’antropologo australiano Raymond Dart. Si tratta del cranio di un giovane esemplare di tre anni vissuto all’incirca 2,3 milioni di anni fa a cui venne dato il nome di “Bambino di Tuang”, in riferimento al luogo del ritrovamento. Sebbene la scatola cranica presenti proporzioni scimmiesche, altre caratteristiche anatomiche riscontrate, tra cui la scarsa prominenza delle arcate sopracciliari e denti canini poco sviluppati, spinsero Dart a supporre di aver trovato una specie intermedia tra scimmia e uomo.

fig. 3. Cranio fossilizzato di un'esemplare adulto di Australopithecus africanos.
fig. 3. Cranio fossilizzato di un giovane Australopithecus africanos. Il reperto è conosciuto con il nome di Taung Child. Fonte immagine

La specie a cui appartiene il Bambino di Tuang è stata classificata con il nome di Australopithecus africanus. Prima che si potessero classificare le caratteristiche generali degli australopitechi si dovette attendere il contributo di ulteriori ritrovamenti. Nel 1936 un paleontologo scozzese di nome Robert Broom rinvenne numerosi resti fossili relativamente simili al “bambino di Taung” , oltre a fossili di una nuova specie che, seppur simili all’Australopithecus africanos, presentava tratti più marcati e scimmieschi, che venne nominata Paranthropus robustus.
Nel 1959 in Tanzania, nella gola di Olduvai, la paleoantropologa Mary Leakey rinvenne un cranio del genere Paranthropus, ma con caratteristiche leggermente differenti da quelle rinvenuti fino all’ora e si rese necessario stabilire un’ulteriore classificazione, definendolo Paranthropus boisei. Si ritiene che la famiglia dei Paranthropus rappresenti una biforcazione dalla linea evolutiva dei primi australopitechi, che da un lato ha portato allo sviluppo dei primi esemplari della specie Homo, mentre da altri è proseguita nei Paranthropus e in altre specie affini, fino alla loro completa estinzione avvenuta all’incirca un milione di anni fa (fig.2).
La scoperta più importante avvenne nel 1974, quando alcuni paleontologi, tra cui l’americano Donald Johanson e il francese Yves Coppens, rinvennero in Etiopia uno scheletro fossile quasi completo appartenuto ad un esemplare di australopiteco di sesso femminile vissuto 3,4 milioni di anni fa. I resti comprendono cinquantadue ossa in totale, tra cui frammenti del cranio, alcune vertebre, parti di entrambe le gambe e un’articolazione (fig. 4). Da quest’ultimi si può dedurre la capacità di mantenere la posizione eretta e un andamento bipede. Lo scheletro fossile fu classificato come Australopithecus afarensis e il ritrovamento suscitò un tale entusiasmo all’interno della comunità accademica da fargli guadagnare il soprannome di “Lucy” e una paginetta dedicata su ogni libro scolastico. Lucy era poco più alta di un metro e probabilmente pesava tra i trenta e i quaranta chilogrammi. Dall’analisi dei denti, invece, si può ipotizzare un’alimentazione onnivora. La sua anatomia gli consentiva un’andatura bipede simile a quella specie più recenti di Homo, tuttavia il cranio presenta ancora dimensioni scimmiesche e probabilmente non aveva perso l’abitudine di arrampicarsi sugli alberi per sfuggire ai predatori o per passarci la notte. Recenti indagini sui resti fossili di Lucy sembrano confermare questa ipotesi.

fig. 4. Scheletro fossilizzato di Lucy, Australopithecus afarensis. Fonte immagine.

Un team dell’università texana di Austin ha identificato fratture compatibili con una caduta da un’altezza di circa dieci metri. Comprendere con esattezza quando avvenne la transizione tra la vita prevalentemente arboricola e quella terrestre è importante per capire come e quando le scimmie antropomorfe antenate della specie umana divennero bipedi, liberando le mani dall’obbligo della locomozione e dando ad esse la possibilità di sviluppare molteplici funzioni precedentemente precluse, stimolando così l’acquisizione di nuovi comportamenti determinati nel processo evolutivo e maggior possibilità di adattarsi ad ambienti ostili ai primati. Probabilmente l’acquisizione di un’andatura bipede avvenne in seguito all’avanzamento della savana causato dai cambiamenti climatici. Le scimmie antropomorfe dovettero adattare i loro comportamenti al nuovo ambiente e la necessità di ergersi al di sopra della bassa vegetazione della savana per osservare i dintorni alla ricerca di cibo e per controllare se vi fossero predatori ha influenzato l’evoluzione genetica che portò i primati a camminare in posizione eretta.

fig. 5. Orme di Leatoli.
fig. 5. Orme di Leatoli.

Ulteriori conferme a sostegno dell’andamento bipede dei primi australopitechi arrivarono nel 1976, in seguito alla scoperta di una sequenza di impronte fossili eccezionalmente conservate avvenuta nel sito di Leatoli in Tanzania (fig. 5). Tre ominidi camminarono su uno strato di cenere vulcanica depositata sul terreno a seguito dell’eruzione del vicino vulcano Ngorongoro. Camminarono sulla cenere in fila indiana, il che fa presupporre che appartenessero allo stesso gruppo familiare. Il secondo e il terzo della fila cercarono di mettere i piedi all’interno delle impronte lasciate dal capo gruppo, probabilmente per fare meno fatica, allo stesso modo in cui al giorno d’oggi potremmo affrontare una camminata sulla neve fresca. L’età dello strato di cenere cementata è stato determinato con il metodo di datazione radiometrica al potassio-argon, stabilendo che le orme furono impresse ben 3,7 milioni di anni fa. In base alla datazione fornita dalle indagini strumentali, l’appartenenza delle orme va ricondotta con sufficiente certezza a tre esemplari di Australopithecus afarensis, fornendo un ulteriore indizio a sostegno dell’ipotesi che questi primati vivessero in piccoli gruppi famigliari.
Negli ultimi anni i ritrovamenti fossili australopitecidi si sono moltiplicati, delineando le caratteristiche generali di ogni specie e la loro linea evolutiva. In generale si può dire con ragionevole certezza che gli australopitechi si affermarono in maniera significativa con la comparsa in Africa centro-orientale dell’Australopithecus afarensis, approssimativamente 4 milioni di anni fa, e che da questa specie si staccarono diverse linee evolutive, tra cui quella che portò all’evoluzione della specie Homo. Tutte le altre linee evolutive, tra cui quelle che portarono all’evoluzione dell’Australopithecus africanus, del Paranthropus e di altre specie affini, finirono invece per estinguersi tutte entro un milione di anni fa, e ciò dimostra che quest’ultimi coabitarono con i primi rappresentati della specie umana. (fig.2). Le dimensioni del cervello di un Australopitecus era circa un terzo di quello di un uomo moderno e probabilmente non aveva sviluppato né le funzioni cognitive, né quelle anatomiche per poter esprimere una forma di linguaggio. La mandibola era robusta e munita di denti appiattiti, mentre i canini poco pronunciati. La dieta onnivora gli portò molti vantaggi, dal momento che potevano sfruttare molteplici fonti di nutrimento e questo permise la diffusione degli australopitechi in gran parte del continente africano.
Uno dei momenti cruciali dell’evoluzione umana si è verificano durante la transizione da Australopithecus Afarensis a Homo Habilis, perciò i paleontologi si stanno concentrando le ricerche nell’individuazione di specie che possano testimoniare questa transizione. Un possibile candidato a ricoprire questo ruolo fu trovato nel 1996 nella regione etiope di Afar, già teatro in precedenza di molti ritrovamenti fossili. Vennero scoperti fossili datati a 2,5 milioni di anni fa di una specie fino allora sconosciuta. Venne chiamata Australopithecus garhi. Il volto e la mascella sono coerenti con quelli degli australopitechi, mentre i denti sono simili a quelli umani. Il femore lungo invece è tipico della specie umana, mentre i suoi lunghi avambracci sono più affini a quelli delle scimmie antropomorfe. Da allora sono state trovate altre specie affini e proposti ulteriori candidati, come il l’australopithecus Sediba che tuttavia non trovano il consenso unanime della comunità accademica.

fonte:
Preistoria, L’alba della mente umana, di Colin Renfrew, edizione Piccola Biblioteca Einaudi
https://it.wikipedia.org/wiki/Bambino_di_Taung
https://it.wikipedia.org/wiki/Australopithecus
https://it.wikipedia.org/wiki/Lucy_(australopiteco)
https://it.wikipedia.org/wiki/Laetoli

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Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.