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TAVOLA I DELL’ENUMA ELIS, LA COSMOGONIA BABILONESE

Giugno 2, 201719 minute read


-Questo testo appartiene a Civiltà eterne.it

L’Enūma eliš è un poema babilonese dedicato al mito della creazione e alle imprese del dio Marduk, divinità poliade della città di Babilonia. Il testo è composto in lingua accadica ed è conservato su sette tavolette di argilla; nel suo complesso riassume le concezioni cosmogoniche e teogoniche della tradizione babilonese del I millennio a.C. (Lambert 2013; Dalley 2000).

le sette tavolette d'argilla che contengono il poema enuma elis

La scoperta moderna dell’opera avvenne nel 1875, quando l’assiriologo britannico George Smith identificò e pubblicò alcune delle tavolette provenienti dalla biblioteca di Assurbanipal a Ninive. In seguito furono rinvenuti altri frammenti e manoscritti analoghi, databili a un periodo compreso approssimativamente tra il 1000 e il 300 a.C., che hanno permesso di ricostruire il testo quasi completo (George 2003; Lambert 2013).

Sulla base degli studi filologici più recenti, si ritiene generalmente che la prima redazione del poema possa risalire al regno di Nabucodonosor I, sovrano della II dinastia di Isin (XII secolo a.C.), periodo in cui il culto di Marduk venne notevolmente rafforzato nel contesto politico e religioso babilonese (Lambert 2013; Bottéro 2001).

Nel corso del XX secolo l’Enūma eliš è stato talvolta oggetto di interpretazioni pseudoscientifiche, in particolare in seguito alle pubblicazioni di Zecharia Sitchin (1920–2010). Sitchin, un autore statunitense privo di formazione accademica in assiriologia o nelle discipline del Vicino Oriente antico, acquisì una certa notorietà proponendo interpretazioni personali delle iscrizioni cuneiformi. Le sue teorie, legate alla cosiddetta “teoria degli antichi astronauti”, sostengono che i miti mesopotamici descriverebbero visite extraterrestri nella preistoria. Tuttavia, tali conclusioni non derivano da traduzioni filologiche accettate dalla comunità scientifica, bensì da reinterpretazioni speculative del testo e sono generalmente respinte dagli studiosi del settore (Heiser 2015; Fagan 2006).

pantheon degli annunaki, divinità babilonesi
Pantheon babilonese. fonte immagine

Traduzione completa dell’Enuma Elis in fomrmato PDF: http://www.andreapolcaro.it/Dispense_files/Enuma%20Elish.pdf

Traduzione letterale della Tavola I (il mito della creazione babilonese)

Questa pagina è dedicata alla prima tavola, quella che contiene i miti cosmogonici che descrivono la creazioni degli dèi maggiori.

La creazione
Tratto dalla Tavola I dell’Enuma Elis:

Quando in alto i cieli non
avevano un nome,
e in basso la terra non era
chiamata per nome,

esistevano (soltanto) Apsu, il
primo, il loro progenitore,
e la creatrice Tiamat, che ha
prodotto tutti:
essi mescolavano le loro acque,
fondendole in un tutt’uno,

prima ancora che i prati fossero
formati e gli stessi canneti si
[potessero individuare,
quando nessuno degli dèi era
(ancora) apparso
o aveva ricevuto il nome e i
destini non erano fissati,

allora nel loro seno furono creati
gli dèi:
Lahmu e Lahamu apparvero e
ricevettero un nome.

Mentre essi si sviluppavano e
assumevano la loro forma
(attuale),
Ansar e Kisar furono creati, ad
essi superiori:
Questi allungarono i loro giorni,
Moltiplicato i loro anni!

Anu, il loro figlio, che rivaleggiava
con i suoi padri,
Anu, il figlio primogenito, fu
uguale ad Ansar;

e Anu generò Nudimmud (Ea) a sua
immagine e somiglianza;
Nudimmud era il <<controllore>>
dei suoi padri:

di profonda introspezione,
saggio, di grande forza,
più potente del genitore dei suoi
padri, Ansar,
egli non aveva eguali a se
stesso, tra i suoi fratelli divini!

fonte traduzione: Mitologia assiro-babilonese, Giovanni Pettinato, Edizione UTET, 2013

Il poema prende il nome dalle prime parole del testo, Enūma eliš, che in accadico significano «Quando in alto». Questa espressione costituisce l’incipit dell’opera e, secondo una consuetudine tipica della letteratura mesopotamica, fornisce anche il titolo dell’intera composizione (Lambert 2013; Dalley 2000).

La narrazione si apre in una fase primordiale in cui l’universo non era ancora stato creato. In origine esistevano soltanto due entità divine fondamentali: Apsû, che rappresenta le acque dolci sotterranee, e Tiamat, personificazione delle acque salate e caotiche del mare primordiale. A differenza delle tradizioni cosmogoniche sumeriche, che pongono all’inizio della creazione l’emergere del cielo (An) e della terra (Ki), la concezione babilonese descritta nell’Enūma eliš colloca all’origine dell’universo la mescolanza delle acque primordiali, dolci e salate (Bottéro 2001; Lambert 2013).

Dall’unione di Apsû e Tiamat nacquero le prime divinità della nuova generazione, Lahmu e Lahamu. Successivamente vennero alla luce Anšar e Kišar, che rappresentano rispettivamente gli orizzonti del cielo e della terra. Da questa coppia nacque Anu, il dio della volta celeste, il quale a sua volta generò Nudimmud, uno degli epiteti del dio Ea (Enki), divinità della sapienza, delle acque dolci e della magia (Dalley 2000; Lambert 2013).

Il poema attribuisce particolare rilievo alla figura di Ea, sottolineandone la straordinaria saggezza e potenza; il testo lo descrive infatti come più potente persino dei suoi antenati divini, evidenziando il suo ruolo centrale nelle vicende che porteranno alla nascita della generazione successiva di dei e, infine, all’ascesa di Marduk (Lambert 2013; Foster 2005).

Crisi di ribellione dei giovani dèi
Tratto dalla tavola I dell’Enuma Elis:

Questi dèi fratelli si unirono
insieme:
Essi disturbavano Tiamat; il loro
clamore era assordante:
Essi sconvolsero i nervi di
Tiamat;
e con le loro danze misero
scompiglio in Anduruna.

Apsu non riusciva a contenere
il loro tumulto
e Tiamat era senza parole
davanti a loro

il loro comportamento non le
piaceva (davvero),
ma, per quanto la loro condotta
fosse riprovevole, essa
[non voleva punirli.

Allora Apsu, il genitore dei
grandi dèi,
chiamò Mummu, il suo araldo,
e disse:

<<Mummu, araldo, che riempi di
gioia il mio cuore,
orsù, andiamo da Tiamat!>>

Essi andarono e si
accomodarono davanti a
Tiamat,
consultandosi sui loro figli
divini.

Apsu aprì la sua bocca
e così parlò, alzando la voce, a
Tiamat:

<<La loro condotta mi è
insopportabile,
di giorno non trovo pace, di
notte non riesco a dormire!

Voglio annientare e disperdere il
loro modo d’agire,
in modo che regni il silenzio e
noi possiamo (così) dormire!>>

Quando Tiamat udì ciò,
essa si arrabbiò e sgridò il suo
sposo;

essa gridò tutto il suo dolore,
adirata con se stessa,
si lamentò per la disgrazia
incombete:

<<come possiamo distruggere
ciò che noi stessi abbiamo
creato?
Quand’anche la loro condotta ci
sia dispiaciuta, noi dobbiamo
pretendere la disciplina con
dolcezza!>>

Intervenne Mummu con un
consiglio ad Apsu,
il consiglio di Mummu era simile
a quello di un araldo malevolo:

<<Distruggi, padre mio, la
condotta turbolenta,
affinché tu trovi la pace di
giorno, e possa dormire di
notte!>>

Apsu si rallegrò con lui; il suo
viso s’illuminò,
perché questi aveva escogitato il
male nei confronti dei suoi figli
[divini.

Mummu quindi gettò le braccia
al (suo) collo;
sedette sulle ginocchia e lo
baciò.

Ciò che essi avevano discusso
nella loro assemblea
fu comunicato agli dèi, loro
primogeniti.

Gli dèi l’udirono e entrarono in
agitazione;
il silenzio calò su di loro ed essi
sedettero ammutoliti.

fonte traduzione:fonte traduzione: Mitologia assiro-babilonese, Giovanni pettinato, Edizione UTET, 2013 

A un certo punto della narrazione, Apsû e Tiamat vengono disturbati dal trambusto prodotto dalle giovani divinità, generate dalla loro stessa unione. Queste nuove divinità, crescendo di numero e potenza, provocano agitazione nell’anduruna, il regno celeste in cui dimorano gli dèi, turbando la quiete delle divinità primordiali (Lambert 2013; Dalley 2000).

Tiamat, pur infastidita dal comportamento rumoroso delle giovani divinità, si mostra inizialmente più tollerante e riluttante a punire la propria progenie. Apsû, al contrario, incapace di sopportare oltre il loro tumulto, decide di intervenire. Egli convoca il suo consigliere e araldo Mummu e, insieme a lui, si reca da Tiamat per comunicarle il suo proposito di distruggere le giovani divinità e ristabilire così la tranquillità primordiale (Lambert 2013; Foster 2005).

Tiamat si oppone inizialmente all’idea di annientare coloro che lei stessa aveva contribuito a generare; tuttavia, il piano di Apsû finisce per prevalere e la decisione viene presa. Quando le giovani divinità vengono a conoscenza delle intenzioni del loro progenitore, rimangono ammutolite dal timore. Tra di loro, tuttavia, emerge la figura di Ea (Nudimmud), che il poema presenta come il più saggio e potente tra gli dèi della nuova generazione, destinato a contrastare il piano di Apsû e a cambiare il corso degli eventi (Dalley 2000; Lambert 2013).

Ea risolve la crisi
Tratto dalla tavola I dell’Enuma Elis:

Colui che è d’intelligenza
superiore, lo scaltro e saggio,
Ea, che comprende tutto, capì
le loro trame.

Egli lo disegno e lo rese
completo,
lo realizzò egregiamente come il
più eccelso: il suo incantesimo
[(appunto).
Egli lo recitò e lo dispose sulle
acque;
versò su di lui il sonno, mentre
egli riposava,

addormentò Apsu
infondendogli il sonno,
mentre Mummu, il consigliere,
era inebetito per l’ansia.

Egli spezzò i suoi muscoli, gli
prese via la corona,
lo privò del suo splendore e se ne
appropriò.

Egli quindi incatenò Apsu e lo
uccise;
rinchiuse poi Mummu e lo
trattò rudemente.

Egli stabilì nell’Apsu la sua
residenza,
afferrò Mummu e tenne
saldamente il suo anello del
naso.

Dopo che Ea ebbe legato e
sgozzato i suoi nemici,
e così ottenuto la vittoria sui
suoi nemici,

si riposò pacificamente nel suo
appartamento,
e lo chiamò Apsu, fissandovi la
sua santa residenza.

Eglì fondò colà la sua abitazione,
ed Ea e Damkina, sua moglie, vi
si insediarono magnificamente.

fonte traduzione:fonte traduzione: Mitologia assiro-babilonese, Giovanni pettinato, Edizione UTET, 2013 

Il dio Ea (Nudimmud) anticipa l’iniziativa di Apsû e decide di intervenire per salvare le giovani divinità. Secondo il racconto dell’Enūma eliš, Ea utilizza un potente incantesimo per far cadere Apsû in un sonno profondo; una volta immobilizzato, lo uccide e gli sottrae il suo “fulgore divino” (melammu), appropriandosi così della sua autorità e del suo potere (Lambert 2013; Dalley 2000).

Con questa azione Ea si afferma come la divinità più potente tra gli dèi della nuova generazione. Dopo aver sconfitto Apsû, egli stabilisce la propria dimora nelle acque dolci dell’abisso primordiale, l’Apsû, che da quel momento diventa il suo dominio. Qui Ea costruisce il proprio santuario e vi si stabilisce insieme alla sua compagna Damkina (o Damgalnuna), una divinità la cui origine genealogica non viene chiaramente specificata nel poema (Lambert 2013; Foster 2005).

In questo modo Ea assume pienamente il ruolo di dio delle acque dolci sotterranee, della sapienza e della magia, associato all’abisso primordiale che custodisce le acque necessarie alla vita e alla fertilità della terra, un elemento fondamentale nella cosmologia mesopotamica (Bottéro 2001; Dalley 2000).

rappresentazione di Marduk, dio poliade di Babilonia, in una immagine proveniente da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C., e dedicato al dio dal re babilonese Marduk-zâkir-šumi
Marduk, dio poliade di Babilonia, in una immagine proveniente da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C., e dedicato al dio dal re babilonese Marduk-zâkir-šumi (regno: c. 854-819 a.C.). Secondo l’iscrizione che accompagna il manufatto, esso doveva comporsi in oro ed essere appeso alla statua del dio posta nel tempio di Marduk, l’Esagila, a Babilonia. fonte immagine

La creazione di Marduk
Tratto dalla tavola I dell’Enuma Elis:

Nella cella dei destini, nella
stanza degli archetipi,
fu generato il più saggio dei
saggi, il più intelligente degli
dèi, Bel.

Marduk fu partorito nell’Apsu,
nel puro Apsu nacque Marduk:

Ea, suo padre, lo generò,
Damkina, sua madre, lo partorì.

Egli fu allattato al seno delle
dee,
una balia lo allevò e lo riempì di
splendore.

La sua corporatura era ben
sviluppata, lo sguardo dei suo
[occhi accecante;
la sua struttura era virile,
potente fin dall’inizio.

Anu, genitore di suo padre, lo
vide,
fu pieno di giubilo e rise; il suo
cuore si riempì di gioia.

Egli lo rese perfetto: la sua
divinità era rimarchevole;
egli divenne eccelso, superiore
per le sue qualità ad essi
[(=gli altri dèi);
la sua figura era
straordinariamente
meravigliosa:
impossibile da concepire, a
fatica da guardare;

quattro erano i suoi occhi,
quattro le sue orecchie;
quando egli muoveva le sue
labbra, ne fuoriusciva fuoco;

le sue quattro orecchie erano
grandi,
e i suoi occhi abbracciavano
similmente ogni cosa;

la sua statura era
straordinariamente grande: essa
superava
[(quella) degli altri dèi;
la sua struttura fisica non era
comparabile, la sua figura era
[eccezionalmente grande:

<<Mari, Utu: Mari, Utu;
Figlio, sole, sole degli dèi>>

era ricoperto dello splendore di
10 dèi; così eccelsa era la sua
forza;
i cinquanta <<terrori>> erano
radunati in lui.

Anu creò e generò i quattro
venti
e glieli regalò: <<Figlio mio,
lasciali turbinare!>>

Egli creò la polvere e la lasciò
portare via da una tempesta;
egli fece quindi un uragano, per
spazientire Tiamat:

Tiamat era scombussolata, era
fuori di sé giorno e notte;
gli dèi non trovavano pace, essi
……

Nel loro cuore essi concepirono
allora (un disegno) cattivo,
e si rivolsero alla loro madre,
Tiamat:

<<Quando Apsu, tu marito, fu
ucciso,
non sei stata al suo fianco, ma te
ne stavi seduta in silenzio.

Furono allora creati i quatto
venti cattivi
per metterti a disagio, in modo
che noi non potessimo dormire.

Tu non hai pensato un solo
momento a tuo marito, Apsu
o a Mummu, che è in prigione!
Ora tu siedi tutta sola.

D’ora in avanti tu sarai
totalmente disperata,
e per quanto concerne noi che
non riusciamo a trovare pace,
[(alloravuoil dire che) tu non ci
ami più!

Pensa al nostro fardello; i nostri
occhi sono già prosciugati.
Liberaci da questo giogo
immane, in modo che possiamo
dormire.

C’è stata lotta; vendicati!
[] …… annullali!>>

 

Fonte traduzione: fonte traduzione:fonte traduzione: Mitologia assiro-babilonese, Giovanni pettinato, Edizione UTET, 2013

Dall’unione di Ea e Damkina nacque Marduk, destinato a diventare la divinità principale del pantheon babilonese. Con la sua nascita il poema introduce nuovamente il motivo della supremazia della nuova generazione divina: Marduk viene infatti descritto come superiore ai suoi predecessori in forza, bellezza e saggezza (Lambert 2013; Dalley 2000).

Sebbene lo stile narrativo dell’Enūma eliš sia generalmente conciso, il testo dedica un’ampia sezione alla celebrazione delle qualità eccezionali di Marduk, sottolineando la sua natura straordinaria fin dalla nascita. Egli è rappresentato come un essere pienamente formato e dotato di una potenza eccezionale sin dall’inizio della sua esistenza, qualità che lo distinguono nettamente dalle altre divinità (Foster 2005; Lambert 2013).

Secondo il racconto, il dio Anu, colpito dalla straordinaria grandezza del nuovo nato, gli dona il potere dei quattro venti. Marduk li mette in movimento facendoli turbinare, provocando nuovamente agitazione nelle acque primordiali e disturbando la tranquillità di Tiamat. In tal modo si ricrea una situazione di tensione simile a quella che in precedenza aveva condotto al conflitto tra le generazioni divine e all’uccisione di Apsû da parte di Ea (Dalley 2000; Lambert 2013).

Questi episodi, come spesso avviene nella mitologia mesopotamica, possono essere interpretati come una proiezione simbolica delle dinamiche del mondo umano: le divinità sono rappresentate con tratti profondamente antropomorfici e partecipano a conflitti generazionali, rivalità e relazioni di potere che riflettono, in forma mitica, le strutture sociali e politiche della cultura babilonese (Bottéro 2001; Foster 2005).

Tiamat si prepara alla guerra
Tratto dalla tavola I dell’Enuma Elis:

Tiamat [ascoltò] il loro
discorso, ed esso le piacque:
<<Creiamo dei demoni, [così
come] avete consigliato.
[…] …. gli dèi là dentro!>>

Essi pianificarono [il male]
contro la loro progenie divini
Essi fecero cerchio e
affiancarono Tiamat:

furibondi, irrequieti giorno e
notte,
ansiosi di combattere, irruenti,
infuriati,
fecero un’assemblea per
dichiarare guerra.

La madre Hubur che ha creato
ogni cosa,
consegnò armi invincibili, e
partorì draghi giganti:

essi avevano denti aguzzi,
erano spietati;
i lor corpi riempì di veleno,
invece che di sangue;

essa rivestì gli orribili draghi di
terrore,
li caricò di splendore
(terrificante) e li fece simili a dèi:

<<Chi li vede, deve perire
miseramente!
Possano essi assaltare in
continuazione, senza mai
retrocedere!>>
Essa creò l’idra, il drago, l’Eroe
peloso,
il grande demone, il cane
selvaggio e l’uomo scorpione,

demoni orribili, l’uomo-pesce e
l’uomo-toro,
che brandiscono armi spietate e
non temono la battaglia:

le sue disposizioni erano
straordinarie, nessuno poteva
[contrastarle!
In tutto ne fece undici siffatti.

Trai suoi figli divini, che essa
aveva riunito in assemblea,
essa innalzò Kingu, lo rese
grande tra loro;

il comando delle truppe, la guida
dell’assemblea,
il portare le armi, la conduzione
della battaglia, la preparazione
[alla guerra,

la più alta carica militare, il
comando supremo,
essa gli affidò e lo fece sedere su
un trono:

<<Io ho lasciato per te la fortuna
magica e ti ho elevato
[nell’assemblea degli dèi;
ti ho affidato la signoria sugli
dèi,

tu sei innalzato in verità, mio
sposo, tu sei famoso,
i tuoi ordini abbiano una valenza
assoluta su tutti gli
[Anunnaki!>>

Essa gli consegnò (inoltre) la
tavola dei destini e la fissò al suo
[petto:
<<Il tuo comando non deve essere
mai cambiato, la tua parola sia
[durevole!>>
Dopo che Kingu fu innalzato ed
ebbe preso possesso della
[dignità di Anu,
essa assegnò i destini ai suoi
figli divini:

<<Possa la vostra parola placare il
dio-fuoco,
possa il vostro veleno
concentrato sconfiggere
l’aggressione!>>

fonte traduzione:fonte traduzione: Mitologia assiro-babilonese, Giovanni pettinato, Edizione UTET, 2013 

La quiete di Tiamat viene nuovamente turbata dalle azioni del giovane Marduk. Se in precedenza la dea primordiale aveva mostrato una certa tolleranza nei confronti del comportamento delle divinità più giovani, in questa occasione la sua reazione è decisamente più violenta. Alcune divinità, non esplicitamente identificate nel testo, le ricordano come in passato ella non fosse intervenuta per difendere il suo consorte Apsû dall’azione di Ea, spingendola così ad assumere una posizione più aggressiva e a prepararsi allo scontro (Lambert 2013; Dalley 2000).

In risposta a queste sollecitazioni, Tiamat decide di muovere guerra alla nuova generazione divina. Secondo il poema, ella genera una serie di creature mostruose e terrificanti – tra cui serpenti giganti, draghi e altri esseri ibridi – ai quali conferisce una forza pari a quella degli dèi, affinché possano combattere al suo fianco (Lambert 2013; Foster 2005).

Alla guida di questo esercito Tiamat pone Kingu, una divinità la cui origine genealogica non è chiaramente specificata nel testo. Kingu diventa il nuovo consorte della dea e riceve da lei un simbolo fondamentale di autorità cosmica, le Tavole dei Destini (Tablet of Destinies), che conferiscono a chi le possiede il potere di stabilire e controllare l’ordine del cosmo (Dalley 2000; Lambert 2013).

Sostenuta da questi alleati e dalle divinità che si schierano con lei, Tiamat dichiara guerra a Marduk, preparando il grande conflitto che costituirà il nucleo centrale del mito.

Con questi eventi si conclude la prima tavola dell’Enūma eliš, dedicata alla nascita delle prime generazioni divine e alla progressiva escalation del conflitto tra gli dèi primordiali e la nuova generazione che culminerà nell’ascesa di Marduk (Lambert 2013).

Conclusione

La prima tavola dell’Enūma eliš non si limita a raccontare le origini degli dèi, ma propone una riflessione simbolica sull’origine dell’ordine nel cosmo. Il mondo nasce infatti da una condizione primordiale di indistinzione, rappresentata dalla mescolanza delle acque di Apsû e Tiamat, simbolo di una realtà ancora priva di forme, nomi e destini stabiliti. La nascita progressiva delle divinità rappresenta quindi il passaggio dal caos originario all’organizzazione del cosmo, un processo che nella mitologia mesopotamica avviene attraverso il conflitto e la trasformazione (Bottéro 2001; Lambert 2013).

Il conflitto generazionale tra le divinità primordiali e quelle più giovani può essere interpretato come una metafora della dinamica fondamentale dell’esistenza, nella quale il nuovo emerge inevitabilmente dalla tensione con il passato. La ribellione dei giovani dèi e l’intervento di Ea, divinità della saggezza e dell’ingegno, mostrano come l’ordine non nasca dalla mera forza ma anche dall’intelligenza e dalla capacità di trasformare il caos in struttura. In questo senso la figura di Ea incarna una dimensione tipica della cultura mesopotamica: la convinzione che la sapienza e la conoscenza dei segreti cosmici siano strumenti essenziali per governare la realtà (Foster 2005).

La nascita di Marduk introduce un ulteriore livello simbolico. Il dio non è soltanto un nuovo membro del pantheon, ma rappresenta la possibilità di un ordine cosmico stabile, destinato a emergere attraverso la sua futura vittoria su Tiamat. Il suo carattere straordinario, esaltato già nella prima tavola, anticipa la trasformazione del caos primordiale in un universo governato da leggi e destini definiti. In questo senso il mito riflette anche la dimensione politica della religione babilonese: l’ascesa di Marduk all’interno del racconto mitico rispecchia il ruolo crescente della città di Babilonia e del suo dio tutelare nella storia della Mesopotamia (Lambert 2013; Dalley 2000).

Sul piano filosofico, l’Enūma eliš suggerisce che ordine e caos non sono realtà opposte e separate, ma momenti di uno stesso processo cosmico. Il caos non viene semplicemente eliminato: esso costituisce la materia stessa da cui nasce il mondo. Il conflitto tra le divinità diventa così l’immagine mitica di una verità più profonda, secondo cui la creazione è il risultato di una continua tensione tra distruzione e rinnovamento.

In questa prospettiva il poema babilonese può essere letto non solo come un racconto religioso, ma come una meditazione antica sull’origine dell’ordine, sul potere e sul destino. Attraverso la narrazione mitica delle divinità, la cultura mesopotamica esprime infatti una visione del mondo in cui il cosmo, la società e il potere politico sono profondamente intrecciati. Il mito della creazione diventa quindi anche un modo per riflettere sulla condizione umana: così come gli dèi devono affrontare il caos per dare forma al mondo, anche l’uomo vive in una realtà in cui ordine, conflitto e trasformazione costituiscono le forze fondamentali dell’esistenza.

Fonti bibliografiche

  • Lambert, Wilfred G. Babylonian Creation Myths. Winona Lake: Eisenbrauns, 2013.

  • Dalley, Stephanie. Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh and Others. Oxford: Oxford University Press, 2000.

  • Foster, Benjamin R. Before the Muses: An Anthology of Akkadian Literature. Bethesda: CDL Press, 2005.

  • Bottéro, Jean. Religion in Ancient Mesopotamia. Chicago: University of Chicago Press, 2001.

  • George, Andrew R. The Babylonian Gilgamesh Epic. Oxford: Oxford University Press, 2003.

  • Pettinato, Giovanni. Mitologia assiro-babilonese. Torino: UTET, 2001.

Fonti online

Tags:

letteratura assiro-babilonese

Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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