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Dalle opere dei cronisti spagnoli apprendiamo che la cultura inca ebbe inizio tra il XII e il XIII secolo lungo le sponde del Lago Titicaca. Gli avvenimenti storici che portarono allo sviluppo di questa civiltà si confondono col mito, in particolar modo quelli connessi alla figura leggendaria di Manco Càpac, l’uomo che persuase gli indiani ad abbandonare i vecchi culti in favore di quello del Sole. Manco Càpac mostrò agli indiani i numerosi benefici ricevuti ogni giorno dal Sole, distogliendoli dall’adorazione di piante o animali dai quali non ricavavano alcun favore. Molti si accorsero pertanto che tutti gli animali e le piante che tenevano per dèi dipendevano in realtà dalla luce e dal calore del Sole, e che senza di esso nessun essere vivente poteva in realtà esistere. Il dio solare degli inca veniva chiamato Inti e generalmente il suo volto veniva rappresentato su grandi dischi in oro (foto in testata). I cambiamenti promossi da Manco Càpac non si limitarono all’idolatria, secondo il mito egli fu il civilizzatore che insegnò a agli uomini le arti e i mestieri. Istruì gli indiani su come coltivare e su come allevare il bestiame, inoltre mostrò loro come dovevano essere fabbricate le case e i templi dedicati al Sole. Sua sorella e moglie Mama Ocllo, invece, spiegò alle donne come filare, tessere e crescere i figli. In ultimo, per volere del Sole, diede a tutti gli uomini precisi ordinamenti e precetti morali per disciplinare la convivenza sociale.
Il cronista spagnolo Garcilaso de la Vega scrisse che alcune province erano particolarmente devote a Pachacàmac; questo nome è composto dalla parola “Pacha”, che significa “terra” o “mondo”, e dal verbo “cama”, che vuol dire “animare”, dunque Pachacàmac è colui che dà vita al mondo, il creatore di ogni cosa. Esiste una grande differenza tra questa divinità e quella solare descritta in precedenza; Inti attraversa il cielo ed è visibile a tutti gli uomini, mentre Pachacàmac è un dio invisibile. Alla domanda “chi fosse Pachacàmac?”, molti inca non sapevano rispondere, ma nonostante ciò lo veneravano al pari del Sole. Gli inca della capitale, però, attribuivano la creazione del mondo e dell’uomo a Viracocha, l’ultima rielaborazione del “dio dei bastoni” di Tiahuanaco, una divinità andina adorata fin dal II millennio a.C. e assimilata da molte culture.

Rappresentazione del "Dio dei bastoni" sulla porta del Sole di Tiahuanaco.
Rappresentazione del “Dio dei bastoni” sulla porta del Sole di Tiahuanaco.

Quanto descritto fino ad ora, tuttavia, è soltanto un accenno a riguardo dei numerosi convincimenti religiosi che si potevano incontrare all’interno del grande impero inca. La mitologia di questo popolo, come quella di ogni altra grande civiltà del passato, comprendeva molti miti, spesso in contrasto gli uni con gli altri, per cui non è possibile classificare le divinità del pantheon andino all’interno di un’unica struttura gerarchica unica. Nel contesto della civiltà egizia, per esempio, fu possibile distinguere le principali scuole di pensiero grazie alla ricca documentazione scritta lasciata ai posteri, ma la civiltà Inca non sviluppò mai un sistema di scrittura che potesse conservare il pensiero inalterato nel tempo, perciò ogni indagine storico-culturale risulta essere molto più complessa. La nostra conoscenza della mitologia inca è pertanto limitata e si basa esclusivamente sulla tradizione orale, sulle descrizioni dei cronisti spagnoli e sull’interpretazione dell’iconografia religiosa inca e pre-inca. I miti cosmogonici riportati da Garcilaso de la Vaga attribuiscono il merito della creazione a Pachacàmac, mentre quelli raccontati da altri cronisti dell’epoca lo attribuiscono a Viracocha. Questa disparità di vedute all’interno delle stesso impero nacque perché gli Inca non imposero mai alcun credo alle popolazioni conquistate, al contrario, lasciarono che ogni provincia fosse libera di mantenere le proprie credenze e addirittura accolsero a Cuzco i simboli di ogni culto come metodo di integrazione. Le identità culturali dei popoli assoggettati erano dissimili e localmente influenzarono le principali credenze religiose del periodo inca. Oggi, grazie alle indagini archeologiche, si è compreso che il culto di Pachacàmac nacque tra le culture pre-inca della costa desertica, mentre quello di Viracocha tra quelle degli altopiani andini che raccolsero l’eredità culturale della civiltà Tiahuanaco. Queste figure mitologiche mantennero localmente la loro supremazia sulle altre, anche quando vennero assorbite dalla cultura inca, coesistendo senza conflitti all’interno dello stesso impero. Anche per ciò che concerne il ruolo di civilizzatore esistevano diversi convincimenti. Alcuni miti che descrivono Viracocha lo presentano come un grande civilizzatore, attribuendogli le medesime virtù che in altri casi furono riconosciute al primo inca figlio del Sole Manco Càpac.

Le principali divinità venerate a Cuzco e nel resto dell’altopiano andino erano:

  • Inti, il Sole.
  • Viracocha, il creatore e civilizzatore.
  • Mama Kilya, la Luna.
  • Pachamama, la Madre terra, dea della fertilità.
  • Illapa, il signore della tempesta e del lampo.

Inti era la divinità più adorata sugli altopiani. Il principale santuario dedicato ad Inti si trova Sull’Isola del Sole nel mezzo del Lago Titicaca, che secondo la credenza segnava il punto in cui il potente astro emerse dalle acque. L’Isola fu inoltre il luogo da cui partirono i mitici fondatori della città di Cuzco e dell’impero Inca, Manco Càpac e Mama Ocllo.

isla del sol
Rovine inca sull’Isola del Sole nel lago Titicaca. fonte immagine

Altrove dominavano altre divinità e altre gerarchie spirituali. Sappiamo poco dei culti praticati lungo le coste durante la dominazione inca, le informazioni in merito sono scarse e il quadro che ne risulta è quanto mai complicato. La divinità più adorata lungo le coste era Pachacàmac e sicuramente i suoi seguaci lo consideravano ancor più importante del Sole. La città tempio di Pachacàmac, collocata 40 km a sud-est dell’odierna città di Lima, ospitava un oracolo del dio che gareggiava con l’Isola del Sole per il primato di luogo più sacro del Sud America precolombiano. Il tempio di Pachacàmac era meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli che ogni anno percorrevano grandi distanze per portare offerte e per pregare all’interno del santuario. L’origine del tempio risale a molti secoli prima dello sviluppo inca e venne occupato da diverse culture, che cronologicamente possono essere elencate nel seguente ordine: Chavin, Lima, Huari, Ichma e infine Inca. Stando ai resoconti di Garcilaso de la Vega, in altre parti dell’impero la maniera con cui i fedeli si rapportavano al culto di Pachacàmac era completamente differente, alcuni non pronunciavano mai il suo nome e se erano costretti a farlo lo facevano accompagnando il verbo con ostentazioni e gesti di grande rispetto. Realizzavano idoli ad immagine del Sole, mentre per Pachacàmac non potevano fare altrettanto perché secondo la loro opinione questo dio non si era mai mostrato.

Altre divinità inca:

  • Apu, dio delle montagne.
  • Apu Illapu, dio della pioggia.
  • Pariacaca, dio dell’acqua.
  • Catequil, dio dei tuoni.
  • Cocha Mama, dea del mare.
  • Copacati, dea dei laghi.
  • Kon, dio della pioggia e del vento venuto da sud.
  • Mama Coca, dea della salute e della gioia.
  • Supay, dio della morte.
  • Mama Zara, dea del grano.
  • Urcuchillay, dio degli animali.
  • Urcaguary, dio dei metalli.

Secondo Garcilaso de la Vega, al popolo inca vennero attribuite molte più divinità di quante ne avessero realmente e il fraintendimento fu causato dal fatto che i conquistatori spagnoli non seppero distinguere l’idolatria inca da quelle delle culture assoggettate durante l’espansione dell’impero. Un altro malinteso s’instaurò perché gli Inca ritenevano sacri molti luoghi, oggetti e animali. Li definivano “huaca”, e molte di queste furono scambiate per divinità siccome venivano venerate e onorate con offerte e sacrifici, che tuttavia non erano destinati alla huaca in sé, ma alla divinità che si manifestava attraverso ad essa.

Gli Inca credevano che l’esistenza si svolgesse su tre livelli e li classificavano nel seguente modo:

  • Hanan Pacha-il mondo di sopra, il luogo in cui risiedono le divinità e le anime beate.
  • Kay Pacha-il mondo terreno in cui gli esseri viventi trascorrono la vita corporea.
  • Urin Pacha-il mondo sotterraneo destinato alle anime dannate.

Credevano che l’uomo fosse composto da corpo e anima e che quest’ultima continuasse a vivere anche dopo la morte del corpo. Il destino dell’anima dipendeva dalla condotta morale tenuta durante la vita terrena e dall’aver seguito o meno gli ordinamenti stabiliti dal Sole. Dopo la morte le anime malvagie scendevano nel mondo sotterraneo, dove vivevano eterne fatiche, dolori e infermità. Al contrario, le anime dei giusti venivano premiate delle loro virtù e potevano salire al mondo di sopra, dove proseguivano verso un’eterna esistenza serena.

Questo breve filmato mostra i paesaggi intorno al Lago Titicaca, la culla della civiltà inca.

fonti:
“L’Impero Inca”, Michael e. Moseley, Newton & Compton editori.
“Commentari reali degli Inca”, Garcilaso de la Vega, ed. Bompiani.
https://it.wikipedia.org/wiki/Religione_inca