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LA FORTEZZA DI SACSAYHUAMAN

Dicembre 2, 201611 minute read

Sacsayhuaman è un imponente sito archeologico situato alle porte settentrionali di Cuzco, antica capitale dell’Impero Inca. Secondo i cronisti spagnoli del XVI secolo, i lavori di costruzione ebbero inizio attorno al 1430, durante il regno dell’imperatore Pachacútec, e si protrassero per circa settant’anni, impiegando quotidianamente fino a 20.000 uomini.

 

Architettura poligonale

Le mura poligonali di Sacsayhuaman sono composte da enormi blocchi rocciosi incastrati con una precisione millimetrica, un risultato che ancora oggi lascia sbalorditi (fig.1-2). La maestria tecnica evidente in queste strutture sembra superare il livello tecnologico noto alla civiltà inca. Per questo motivo diversi studiosi hanno ipotizzato che il complesso possa essere molto più antico e attribuito a una civiltà avanzata e misteriosamente scomparsa.

Tuttavia, gli scavi archeologici non hanno rivelato tracce umane anteriori al 900 d.C.; di conseguenza, qualsiasi teoria che anticipi la costruzione del sito oltre tale data appare del tutto infondata.

Il segreto della perfetta aderenza tra i blocchi risiede nella scelta accurata della parete rocciosa da cui furono estratti. Questa presentava un sistema di fratture naturali ben visibili, sulle quali i cavatori intervennero con strumenti di pietra, rame, bronzo e legno. Le spaccature isolavano già grandi conci lapidei, trasformando la parete in un gigantesco puzzle naturale che gli artigiani “smontarono” pezzo per pezzo. I blocchi vennero poi rifiniti e ricomposti nella muratura.

Per trasportarli, i massi venivano fatti rotolare su tronchi per superare le asperità del terreno; una volta giunti in cantiere, probabilmente venivano sollevati tramite rampe e sostegni ausiliari.

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Porta di accesso alla parte alta del complesso

 

Le testimonianze dei cronisti spagnoli

Poiché gli Inca non svilupparono un sistema di scrittura, la maggior parte delle informazioni sul loro mondo — storia, società, architettura, arti — ci giunge dai resoconti dei cronisti spagnoli. Pur celebrando spesso le imprese dei conquistatori, alcuni di loro dedicarono lodevoli sforzi alla preservazione della memoria culturale dei popoli sudamericani.

Queste testimonianze non derivano da osservazioni dirette, ma da ciò che i discendenti dell’impero ricordavano della loro “età dell’oro”. Grazie a figure come Pedro Cieza de León e Garcilaso de la Vega, molti aspetti della cultura incaica sono giunti fino a noi, evitando di andare perduti.

Garcilaso de la Vega nacque a Cuzco nel 1539, figlio di un nobile spagnolo e di una discendente della famiglia reale inca. Dalla madre apprese storie, tradizioni e costumi del popolo peruviano. A vent’anni si trasferì in Spagna, dove ricevette un’educazione cattolica e trascorse il resto della sua vita. Dopo una breve carriera militare, iniziò a scrivere la storia del suo Paese, dalle origini dell’Impero inca fino alla conquista.

Negli ultimi anni compose tre opere di immenso valore storico. Nella seconda, Commentari reali degli Inca, descrisse la fortezza di Sacsayhuaman, evidenziando le difficoltà tecniche e la povertà di strumenti con cui i suoi antenati lavorarono — affinché fosse chiara l’enorme grandezza dell’impresa realizzata con mezzi tanto modesti.

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fig.1 I macigni più grandi del complesso di Sacsayhuaman

Tratto da “Commentari reali degli Inca” di Garcilaso de la Vega, edizione Bompiani, pag 761.
Prima stampa a Lisbona nel 1609 con il titolo “Primera parte de los commentarios reales que tratan del origine de los Yncas, reye que fueron del Perù”.

Meravigliosi furono gli edifici eretti dagli Inca re del Perù: fortezze e templi, regge e giardini, magazzini e strade e altre fabbriche di grande magnificenza, come oggi si può vedere dalle rovine che ne sono rimaste, affinché sia difficile rendersi conto, sulla scorta delle sole fondamenta, di quel che fu l’intera costruzione.
Ma l’opera maggiore, la più maestosa che fecero innalzare, a dimostrazione del loro potere e grandezza, fu la fortezza di Cozco, le cui dimensioni possono sembrare incredibili, a chi non l’ha veduta, e chi l’ha guardata con attenzione è indotto a credere che l’opera sia frutto di un incantesimo, che a produrla siano stati i demoni, non già uomini; e ciò perché la quantità di massi, che sono tanti e così grandi, disposti a formare le tre cinte (e sono più macigni che pietre), è tale che non si riesce a immaginare come abbiano potuto estrarli dalle cave; infatti gli indiani non disponevano di buoi, non sapevano fabbricare carri, e del resto non esistono carri bastanti a reggere il peso né buoi capaci di tirarli; li portavano trascinandoli a forza di braccia mediante grosse funi; e non che le strade per cui li traevano fossero piane, essendo anzi sierras asperrime, con grandi scoscendimenti lungo i quali li calavano grazie alla sola forza fisica. Molti di quei sassi vennero ivi portati da una distanza di dieci, dodici, quindici leghe, e ciò vale in particolare per la pietra o, a meglio dire, roccia che gli indiani chiamano Saycusca, che vuol dire stanca (perché non entrò a far parte dell’edificio); è noto che ve la trascinarono da un luogo situato a quindici leghe dalla città, superando il fiume Yùcay, non molto meno ampio del Guadaluivir che passa per Cordoba. Quelli che furono portati dai luoghi più vicini, vennero da Muyna, che dista cinque leghe da Cozco. Ma ancor meno si riesce a immaginare come abbiano potuto commettere pietre siffatte, e in modo tale che a sostegno si giunge a inserire, tra l’una e l’altra, la punta di un coltello; e molte lo sono tanto esattamente, che la commessura si nota appena; a tale scopo, era mestieri alzare e abbassare le pietre l’una sull’altra più volte, poiché non conoscevano la squadra né sapevano valersi del regolo per metterle in opera e così stabilire se i piani di contatto dell’una e dell’altra corrispondevano.
Non sapevano neppure costruire gru o carrucole, né altro artifizio di cui servirsi per alzare e abbassare i massi, i quali hanno dimensioni tali da lasciare senza fiato,…

Ivi gli Inca eressero tre cinte, una dietro all’altra, disposte scalarmente; ciascuna di esse non misura meno di duecento braccia di lunghezza, e sono disposte a mezzaluna, perché vanno avvicinandosi, fino a congiungersi, all’altro muro liscio che si drizza dalla parte della città. Con la prima delle tre cerchie, gli Inca vollero esprimere tutta la loro possenza: ché, sebbene tutte e tre siano di una stessa fattura, quella include in sé l’intera grandezza dell’opera, poiché vi collocarono le pietre maggiori, tali che l’edifizio sembra incredibile a chi non l’abbia mai visto e fa restare a bocca aperta chi lo osservi e consideri le dimensioni e la qualità delle pietre, nonché lo scarso armamentario di cui gli indiani disponevano per tagliare, pulirle e collocarle.
A mio personale giudizio, quelle pietre non sono state estratte da cave, dal momento che non rivelano segni di tagli, ma sono ricavate da macigni isolati (di quelli che i litotomi chiamano masso vivo) che si trovano per quelle montagne, scegliendo i più adatti all’uopo; e, come li trovavano, così li collocavano, tant’è che le une pietre son concave da un lato e convesse dall’altro e sbieche da un altro, e queste con angoli taglienti e altre senza; né si sforzarono di eliminare protuberanze o rientranze; né di pareggiarle o colmarle, ma con la cavità di un masso grandissimo veniva riempita la convessità di un altro roccione altrettanto grande e anche maggiore, se di maggiori ne potevano trovare; e allo stesso modo, lo sbieco o il diritto di un masso lo eguagliavano con il diritto lo sbieco di un altro; e alla mancanza di saliente di una pietra supplivano con quello di un’altra, non già mediante un pezzo piccolo che valesse semplicemente a riempire la lacuna, bensì accostando al primo un altro masso munito di un’escrescenza, in modo da ovviare al vuoto dell’altro;     ….
Un sacerdote nativo di Molina, che si è recato in Perù dopo che io ero venuto in Spagna, e ne è tornato poco tempo fa, parlando di codesta fortezza, e soprattutto della mostruosità delle sue pietre, m’ha detto che, prima di averle viste, mai avrebbe creduto che potessero essere grandi come gli era stato detto, e dopo averle viste gli parvero superiori alla loro fama; e che gliene venne un interrogativo ancor più arduo, e fu il dubbio che non abbiano potuto collocarle a quel modo se non per arte del demonio.”

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Galleria fotografica

 

Sacrificio e volontà

Il peso medio dei blocchi che formano la cinta muraria esterna di Sacsayhuaman si aggira attorno alle 100 tonnellate, mentre alcuni dei più imponenti raggiungono probabilmente le 300 tonnellate (fig.1). Di fronte alla varietà delle forme e alla perfezione con cui questi massi si incastrano, non si può che restare sbalorditi.

Nonostante disponessero di strumenti relativamente rudimentali, gli Inca misero in campo una straordinaria organizzazione sociale che permise l’impiego continuativo di una forza lavoro immensa. Ogni fase — estrazione, trasporto, sbozzatura e levigatura — richiese tempo, fatica e soprattutto determinazione. La lavorazione di un singolo macigno poteva protrarre per mesi, se non per anni, ma la lentezza delle operazioni veniva compensata da una disciplina ferrea e dall’impiego di numerose squadre reclutate in tutto l’impero.

Dalle parole di Garcilaso de la Vega emerge un profondo senso di fierezza nel ricordare la tenacia dei suoi antenati. Pur mettendo in evidenza i limiti tecnologici della civiltà incaica, lo scrittore non intende sminuirla: al contrario, ne esalta la forza morale, celebrando la straordinaria volontà di quegli uomini capaci di compiere imprese che ancora oggi suscitano ammirazione.

Le province soggette all’Impero inca erano tenute a fornire manodopera per le grandi opere pubbliche. Alcuni dei massi impiegati a Sacsayhuaman vennero estratti direttamente in loco, mentre altri furono trasportati da lontano: le pareti rocciose adatte alla lavorazione — cioè quelle caratterizzate da sistemi di fratture naturali — si trovavano infatti solo in specifiche aree del territorio.

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fig.4 Conformazione dentata della prima cinta muraria di Sacsayhuaman

 

Sacsayhuaman non è una fortezza

La struttura di Sacsayhuaman non fu progettata con finalità difensive, eppure venne presto definita una “fortezza”: le sue mura monumentali indussero infatti i primi conquistatori spagnoli a interpretarla come un’opera militare. A rafforzare questo fraintendimento contribuì il fatto che la collina di Sacsayhuaman fu teatro della sanguinosa battaglia del 1536, in cui gli ultimi resistenti inca si scontrarono con gli spagnoli.

Oggi, tuttavia, si tende a riconsiderare il ruolo del complesso: sempre più studiosi ipotizzano che Sacsayhuaman fosse in realtà un grande centro cerimoniale. L’ampia piazza di fronte alle mura poligonali potrebbe essere stata pensata per accogliere migliaia di persone durante le celebrazioni, mentre il palco elevato, ricavato nella roccia e affacciato sull’intero sito, potrebbe essere stato riservato all’élite sociale (fig.5).

Comprendere appieno la funzione originaria del complesso non è semplice: gran parte degli edifici nella parte superiore venne infatti smantellata dagli spagnoli, che utilizzarono le pietre per costruire le strutture governative e religiose della nuova città coloniale.

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fig.5 Palco destinato all’èlite durante le cerimonie pubbliche

 

La Testa del Puma

La pianta dell’antica capitale inca era concepita per evocare la figura di un puma: Sacsayhuaman ne rappresentava la testa, mentre i due fiumi che un tempo attraversavano la città — oggi interrati — ne delineavano il corpo. La consacrazione di Cuzco a questo potente animale simbolico è confermata anche da una raffinata rappresentazione scolpita all’interno di una parete poligonale situata nel centro storico (fig.6).

Cuzco puma
fig.6 Evidenziata in arancione la forma stilizzata del puma incorporata all’interno ella parete megalitica

Bibliografia

  • Garcilaso de la Vega, Inca (1609)Comentarios Reales de los Incas.

  • Pedro Cieza de León (1553–1554)Crónica del Perú.

  • Juan de Betanzos (1557)Suma y narración de los Incas.

  • Craig Morris & Adriana von Hagen (1993)The Incas: Lords of the Four Quarters, Thames & Hudson.

  • Jean-Pierre Protzen (1993)Inca Architecture and Construction at Ollantaytambo, Oxford University Press.

  • Protzen, J-P. & Harris, R. (2010)How the Incas Built Their Cities, University Press of Colorado.

  • Alan Kolata (1993)The Tiwanaku: Portrait of an Andean Civilization, Blackwell.

  • Izumi Shimada (2015)Andean Archaeology, Wiley-Blackwell.

  • Studio accademico su Academia.edu (2016)Imperial Construction in the Inca City of Cuzco – A Material Approach to the Ideological, Political and Cosmological Implications of Building Stone Choice.

  • Peruways.com (2024) – Articolo: Sacsayhuamán: una meraviglia dell’ingegno Inca.

  • PROMPERÚ / Peru.travel – Scheda informativa su Sacsayhuamán.

  • Peru ExplorerSacsayhuamán Travel Guide.

  • UNESCO – Patrimonio Mondiale: Cuzco – Documentazione storico-urbanistica.

  • Enciclopedia Britannica / Wikipedia referenziata – Voci su Sacsayhuamán, Cuzco, Garcilaso de la Vega e Inca architecture.

 

Tags:

architettura incaincaviaggi

Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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