“La religione e la scienza nella mia analisi sono le due grandi forze sorelle che hanno tirato, e stanno ancora tirando, l’umanità verso l’alto”

Robert Andrews Millikan

Venere di willendorf (calcare, 24.000-26.000 a.C., Austria). fonte immagine

        Con la sedentarietà delle prime comunità natufiane si concretizzò un repentino sviluppo della cultura materiale e del pensiero metafisico. Il controllo esercitato sulla proprietà rese possibile il possesso di un maggior numero di oggetti personali, incoraggiando la produzione e l’accumulo di manufatti in grado di riflettere nella forma e nel significato i gusti e le concezioni dell’uomo. Il nomadismo paleolitico soffocò la vena artistica dell’uomo per migliaia di anni, limitando la produzione di oggetti allo stretto necessario. Sebbene esistessero concezioni religiose paleolitiche, soltanto di rado vennero tramutate in una produzione artistica rilevante dal momento che era sconveniente impiegare tempo e fatica nella produzione di oggetti che prima o tardi si sarebbero dovuti abbandonare.[1] L’economia di sussistenza paleolitica, incentrata sull’attività predatoria, obbligò i cacciatori-raccoglitori a percorrere enormi distanze, che pertanto poterono trasportare soltanto lo stretto necessario, perlopiù armi e utensili da impiegare durante le attività necessarie alla sopravvivenza. (Colin Renfrew, 2007) Una delle poche eccezioni a questa condizione è rappresentata dalle “veneri paleolitiche”, piccole statuette in osso o in pietra che rappresentano il corpo femminile e i suoi attributi sessuali, materializzando i caratteri simbolici di un pensiero magico-propiziatorio legato alla fertilità e alla rigenerazione. Col tempo il conseguimento di un regime di vita sedentario favorì lo sviluppo di un pensiero filosofico e scientifico più profondo, orientato a soddisfare l’umano desiderio di comprendere il perché delle cose. Tuttavia, l’incapacità di concepire i principi scientifici radicati alla base dei processi naturali, spinse il pensiero umano oltre i limiti contingenti dell’esperienza sensibile dando forma alle prime narrazioni metafisiche e alla prime concezioni cosmogoniche, mentre la necessità di centralizzare queste credenze e di conservale, fece sorgere all’interno dei villaggi i primi luoghi di culto. I primi villaggi della Mezzaluna Fertile, ancor prima dello sviluppo agricolo, disposero dunque di spazi pubblici e altari per le pratiche religiose. Nel sito di Tell es-Sultan, il livello più antico in cui si pensa di riconoscere i resti di un santuario è stato datato con il metodo del carbonio 14 al 9.500 a.C.
      Alle origini della sedentarizzazione, e ben prima che gli animali e le piante fossero addomesticati, comparvero nei villaggi mesolitici piccoli spazi dedicati alle attività rituali e statuette connesse ai culti praticati, ma esiste un’eccezione troppo importante per non essere citata. Gobekli Tepe è un sito archeologico ubicato nell’odierna Turchia a circa 20 chilometri dalla città di Şanlıurfa. Gli scavi del sito, iniziati nel 1995, hanno portato alla luce i resti di un monumentale santuario di pietra, le cui parti più antiche sono state datate al 9.500 a.C. La sua erezione convolse presumibilmente centinaia di persone ma nelle aree limitrofe non è stata trovata alcuna traccia di agglomerati urbani, soltanto esigui resti materiali riconducibili ad un’occupazione stabile non urbanizzata, il che fa supporre che una società di cacciatori raccoglitori parzialmente stanziale si adoperò per realizzare santuari circolari con muri di pietra a secco e per erigere imponenti pilastri che potessero accentrare le concezioni religiose di una società sparsa sul territorio. Anni di ricerche archeologiche in Medio Oriente portarono alla ferma convinzione che i luoghi di culto abbiano fatto la loro comparsa in seguito allo sviluppo dei primi agglomerati urbani ma la scoperta di Gobekli Tepe ha cambiato le carte in tavola mostrandoci il prodotto di un convincimento spirituale profondo e radicato che anticipa lo sviluppo dei primi centri urbani e dell’agricoltura.

In principio le credenze neolitiche furono sicuramente connesse a tutti gli elementi della natura che parvero avere un ruolo rilevante nel favorire la riproduzione delle piante e degli animali; più tardi invece, con lo sviluppo dei primi centri urbani e con l’incremento della piramide sociale le forze della natura subirono una trasformazione campale, assumendo fattezze umane, mentre gli antenati dei gruppi dominanti acquisirono mano a mano un’importanza sempre maggiore, fino ad essere venerati anch’essi come figure divine. Va sottolineato il fatto che l’uomo iniziò a rappresentare le divinità in forma umana (e dunque iniziò a rappresentare sé stesso) nel momento in cui divenne capace di produrre in maniera autonoma il cibo necessario per la propria sussistenza, ovvero nel momento in cui divenne dominatore sull’ambiente naturale con l’agricoltura e con l’allevamento. Gli dei sono dunque il prodotto di società piramidali, sono lo specchio delle aspirazioni della società che li emana. (Jean Guilaine, 2008) Lo sviluppo dei primi insediamenti urbani e l’aumento demografico rafforzò le credenze dando vita ad un fenomeno che l’archeologo britannico Colin Renfrew, citando le osservazioni di illustri colleghi, ha definito “materializzazione delle figure metafisiche”:

“il culto degli dèi indusse la gente a raccogliersi in gruppi sociali più ampi per compiere i rituali religiosi. Possiamo anche aggiungere che, per rivelarsi veramente efficaci, queste divinità, per essere davvero tali, dovevano assumere una qualche forma materiale affinché la loro presenza concreta potesse facilitare i rituali e, al contempo, agire da fulcro delle pratiche religiose. Elizabeth Marrais e i suoi colleghi parlano di un processo di <<materializzazione>>, attraverso cui, secondo quanto sostengono, i simboli assumono una forma materiale e intensificano la loro influenza. La lunga vita delle credenze religiose è agevolata dal loro permanente incarnarsi in forme materiali.”

Tratto da “Preistoria, L’alba della mente umana”, di Colin Renfrew, 2011 Piccola biblioteca Einaudi. Pag.155
Tradotto da Claudia Matthiae

Lo sviluppo delle pratiche funerarie influenzò ulteriormente la radicazione dei primi centri abitati dato che la società dei morti, costituita dalle sepolture situate in corrispondenza delle abitazioni, andò a consolidare ulteriormente la comunità dei vivi.[2] La spiritualità è insita nella specie umana e l’impulso umano all’adorazione della forza creatrice risale ai primi giorni della nostra specie. (Amir Aczel, 2015) C’è un fattore nell’uomo che si chiama coscienza e che percepisce naturalmente l’esistenza di molteplici spiriti superiori[3] .

 «E’ difficile non scorgere in tali rappresentazioni un simbolismo che si lega al senso religioso che accompagna la vita dell’uomo e si prolunga in una vita oltre la morte. Probabilmente racconti mitologici arricchivano il senso religioso, di cui il culto della fertilità e della vita rappresentavano un’espressione».

Fiorenzo Facchini

        La ricerca dell’eternità e di una vita dopo la morte è ciò che davvero accomuna gli uomini di tutti i tempi, ovvero il concepimento dell’Aldilà come soluzione che possa finalmente soddisfare quell’incolmabile inquietudine che ogni individuo percepisce all’interno di sé di fronte alla prospettiva di non esistere più dopo la morte.[4] Il teologo Francesco Brancato, docente presso la Facoltà Teologica di Sicilia, dialogando con lo zoologo Ludovico Galleni, commentò:

Sin dalla preistoria l’essere umano ha avuto coscienza che la sua stessa condizione, al pari di tutto il resto degli esseri viventi, è quella propria di una creatura mortale, in possesso di un breve segmento di esistenza rispetto al grande ciclo vitale della natura. Egli ha compreso, nello stesso tempo, di essere aperto a una dimensione che non può essere totalmente assimilata a quella della sua esistenza attuale e di non essere un semplice frammento del più ampio ventaglio della natura e della sua storia»

Tratto da “L’atomo sperduto. Il posto dell’uomo nell’universo”, di F. Brancato e L. Galleni San Paolo 2014, p. 464).

Bibliografia

[1] “Preistoria, L’alba della mente umana”, di Colin Renfrew, 2011 Piccola biblioteca Einaudi. Pag.152
Tradotto da Claudia Matthiae,
Titolo originale “Prehistory: The Making of the Human Mind”, 2007 Weidenfeld & Nicholson, London.

[2] “Nascita delle divinità. Nascita dell’agricoltura. La rivoluzione dei simboli nel Neolitico” di Jacques Cauvin, 2010 Editoriale Jaka Book. (prima edizione italiana 1997. Traduzione di Marco Fiorini, Pag.44
Titolo originale “Naissance des divinitè. Naissance de l’agricolture. La révoution des symboles au Néolithique”, 1994 CNRS Editions, Paris

[3]  [4]   “Il simbolismo religioso risale al Neolitico, la spiritualità è insita nella nostra natura” https://www.uccronline.it/2018/11/06/il-simbolismo-religioso-risale-al-neolitico-la-spiritualita-e-insita-nella-nostra-natura/

 

 

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Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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