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Il processo di selezione naturale e la deriva genetica hanno guidato il percorso evolutivo della nostra specie per milioni di anni determinando l’acquisizione di nuovi comportamenti. Recenti indagini condotte sul genoma umano hanno però dimostrato che le qualità genetiche della nostra specie si erano già formate quando i sapiens arrivarono in Europa per la prima volta 40.000 anni fa e che le piccole variazioni del genoma avvenute a partire da quel periodo non sono sufficienti per giustificare l’enorme complessità di comportamenti acquisiti dalla nostra specie nelle epoche più recenti. Dal momento dell’apparizione dell’Homo sapiens in Europa trascorsero 30.000 anni prima che avvenisse un significativo sviluppo socio-culturale. Soltanto attorno al 10.000 a.C. cominciò in Asia Anteriore la prima fase della Rivoluzione neolitica, quando il paleolitico regime di sussistenza basato su caccia e raccolta venne gradualmente sostituito con un’economia di villaggio incentrata sull’addomesticamento di piante e animali. Da quel momento lo sviluppo culturale della nostra specie imboccò un binario decisamente più veloce.

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“Preistoria. L’alba della mente umana” di C. Matthiae e Colin Renfrew, Edizione Einaudi

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Se le qualità genetiche dell’Homo Sapiens si erano già formate 40.000 anni fa, come mai ci vollero 30.000 anni prima che si verificasse un significativo progresso sociale e tecnologico? E come mai una volta innescato il processo di civilizzazione l’evoluzione socio-tecnologica fu esponenziale nonostante non esistano sostanziali differenze tra il genoma degli uomini di oggi e quello degli uomini preistorici?
Il Paradosso preistorico verte proprio sullo scarto temporale che separa la formazione del genoma umano moderno e il “decollo” socio-culturale.
Oggi sappiamo per certo che l’evoluzione culturale e scientifica dell’Homo sapiens non fu determinata da nuove qualità genetiche emerse improvvisamente all’alba dell’epoca storica e che gli uomini dell’età della pietra non erano meno intelligenti di quelli che che avviarono la rivoluzione neolitica e il processo di civilizzazione 10.000 anni fa (o degli stessi uomini del ventunesimo secolo), semplicemente potremmo definirli meno sapienti.
Durante il paleolitico lo sviluppo di un linguaggio articolato facilitò la condivisione delle esperienze personali e la trasmissione del sapere favorendo la formazione di un “bagaglio culturale” che poteva essere tramandato alle successive generazioni. Con il passare dei millenni l’accrescimento del sapere fece sì che ogni individuo potesse beneficiare dell’esperienza accumulata dalle precedenti generazioni. L’evoluzione culturale determinata dall’accrescimento del sapere iniziò perciò ad influenzare i comportamenti umani in maniera di gran lunga superiore a quanto potessero fare l’evoluzione del genoma e la selezione naturale (due processi naturali molto lenti). Tuttavia l’acquisizione di un linguaggio articolato non fu sufficiente per concretizzare un significativo sviluppo culturale ma servirono altre innovazioni.
Con la transizione ad un regime di vita sedentario (attorno al 10.000 a.C.) avvenne uno sviluppo esponenziale della cultura materiale. Il controllo esercitato sulla proprietà permise di possedere un maggior numero di beni personali incoraggiando la produzione di strumenti pesati da dedicare alle tecniche speciali e oggetti funzionali e artistici capaci di riflettere nella forma e nel significato i gusti e le concezione dell’uomo. La precedente esigenza di spostarsi continuamente soffocò la vena artistica e ingegneristica dell’uomo, limitando la produzione manifatturiera allo stretto necessario. Sebbene esistessero concezioni spirituali paleolitiche (ma anche ingegneristiche), raramente si traducevano in una produzione artistica per problemi d’ingombro siccome era sconveniente impiegare risorse, in termini di tempo e fatica, nella produzione di oggetti che prima o tardi si sarebbero dovuti abbandonare. Un cacciatore-raccoglitore del paleolitico era costretto a percorrere enormi distanze per sopperire al proprio bisogno alimentare perciò poteva trasportare soltanto lo stretto necessario, perlopiù armi e utensili da impiegare durante le attività necessarie alla sopravvivenza. L’adozione di una casa cambiò radicalmente la condizione umana permettendo l’addomesticamento delle piante e degli animali e favorendo lo sviluppo di tecniche speciali destinate alla trasformazione e conservazione delle risorse alimentari. Lungo le sponde dei grandi corsi d’acqua della Mesopotamia nacquero i primi sistemi socio-economici capaci di produrre eccedenze alimentari (rivoluzione neolitica secondaria) favorendo lo sviluppo delle attività artigianali e commerciali. I villaggi sorti nei territori più fertili del Vicino Oriente si ampliarono in maniera esponenziale fino a diventare vere e proprie città caratterizzate da una complessa stratificazione sociale e da un’elevata specializzazione del lavoro.
Lo sviluppo dei primi sistemi di scrittura favorì  la gestione dei rapporti sociali e l’accrescimento del sapere. Non è un caso che lo sviluppo delle prime civiltà storiche coincida con l’introduzione di un sistema indiretto capace di conservare le informazioni.
La condivisione del sapere all’interno di comunità che diventarono mano a man sempre più ampie permise alla nostra specie di sviluppare capacità concettuali innate da molto tempo nella mente umana.

Grotte di Chauvet, Francia. Circa 32000 anni sono state rappresentate 500 immagini di elementi naturali. fonte immagine.

L’istruzione è fondamentale per sviluppare le capacità concettuali della mente, oggi come 10.000 o 40.000 anni fa. I bambini nati oggi nei paesi sviluppati possono beneficiare fin dai primi anni della loro vita degli insegnamenti forniti dai sistemi scolastici, oltre a ciò il contesto sociale in cui vivono gli dà accesso ad una quantità incalcolabile di informazioni che stimolano lo sviluppo delle loro capacità concettuali fino all’età adulta. La maggior parte delle informazioni acquisite da un individuo nell’arco della propria vita provengono delle esperienze che il genere umano ha maturato nel corso di migliaia di anni, perciò il bagaglio culturale accumulato di generazione in generazione dà modo ad ogni futuro uomo di conoscere il mondo che lo circonda senza doverlo scoprire unicamente con le proprie forze. I bambini nati in un contesto rurale di inizio secolo scorso, invece, avevano accesso ad una quantità di informazioni molto più limita, e per lo più legate alle attività che dovevano svolgere per garantirsi il sostentamento. Le capacità concettuali sviluppate dalle loro menti erano perciò limitate rispetto al loro effettivo potenziale. Un ipotetico confronto tra i bambini di oggi e di ieri nell’età adulta evidenzierebbe enormi differenze, col risultato che i secondi sembrerebbero molto meno intelligenti dei primi malgrado potenzialità intellettive del tutto equivalenti. A quel punto sarebbe evidente che gli uomini di ieri non erano meno intelligenti di quelli di oggi e che semplicemente erano meno sapienti. I bambini di cento anni fa non potevano essere meno intelligenti di quelli di oggi perché il loro genoma era identico al nostro e lo stesso discorso è valido nel contesto di un confronto tra un uomo del ventunesimo secolo e uno dell’età della pietra, dato che le variazioni del genoma avvenute negli ultimi diecimila anni sono talmente piccole da potersi considerare in tal senso trascurabili.
E’ stato l’accrescimento del sapere, maturato grazie all’acquisita capacità di saperlo tramandare alle successive generazioni, a determinare lo sviluppo sociale e tecnologico dell’uomo; dimostrarlo è estremamente semplice tramite un secondo esempio. Se un bambino di oggi crescesse senza istruzione scolastica e al riparo dal progresso sociale e tecnologico, in condizioni simili a quelle in cui vivevano gli uomini dell’età della pietra, una volta raggiunta l’età adulta diventerebbe del tutto simile ad un uomo primitivo e le sue possibilità di comprendere il contesto sociale moderno sarebbero totalmente compromesse.

Sulla base di queste valutazioni gli antropologi dividono la storia dell’evoluzione umana in due periodi, quello di speciazione, e quello tettonico. Nella lunghissima fase di speciazione, iniziata diversi milioni di anni fa, furono le variazioni del genoma a dominare il processo evolutivo, portando all’acquisizione di nuovi comportamenti. Due esempi lampanti potrebbero essere rappresentati dalla capacità di camminare in posizione eretta e dalla capacità di esprimere un linguaggio, due comportamenti che per essere sostenuti dovevano necessariamente contare su nuove qualità genetiche emerse ad un certo punto dell’evoluzione. Nella fase tettonica, invece, fu l’accrescimento del sapere a determinare l’acquisizione di nuovi comportamenti; un esempio potrebbe essere rappresentato dalla capacità maturata nell’addomesticamento degli animali, sviluppata nell’arco di molte generazioni, nelle quali vennero selezionati gli animali più adatti sulla base delle esperienze personali, oppure, la rivoluzione agricola, determinata dagli stessi principi. Chiaramente l’evoluzione genetica è continuata anche durante la fase tettonica, ma il suo contributo all’acquisizione di nuovi comportamenti è stato estremamente inferiore rispetto a quello determinato dalla capacità di conservare il sapere a beneficio delle future generazioni.
In queste argomentazioni c’è la chiave per capire come mai passò così tanto tempo tra la formazione del genotipo e il “decollo” socio-culturale. 40.000 di anni fa le qualità genetiche della nostra specie si erano già formate ma servì molto tempo prima che l’uomo riuscisse ad escogitare una maniera per conservare il sapere maturato durante le sue attività e prima che il “bagaglio culturale” tramandato di generazione in generazione fosse abbastanza ricco per determinare sensibili variazioni dei comportamenti e per stimolare ulteriormente le potenzialità nascoste nella mente umana.

Diodoro Siculo (I seclo a.C.), rappresentato in un affresco del 1800. fonte immagine

A proposito di questo tema, voglio riportare quanto ho letto in Biblioteca historica di Diodoro Siculo, uno storico greco vissuto nel I secolo a.C.. Durante la sua vita realizzò un’opera monumentale chiamata “Bibliotheca historica”. L’opera è composta da quaranta libri e per realizzarla attinse da moltissime fonti. Nei primi sei libri descrive la geografia, la storia e la cultura di Egitto, Mesopotamia, India, Scizia e Arabia, Nord Africa, Grecia ed Europa. Dal settimo al sedicesimo capitolo racconta, invece, la guerra di Troia fino alla morte di Alessandro il Grande, mentre nei libri che restano descrive nel dettaglio la storia dei successori di Alessandro, fino al 60 a.C.
All’interno del libro dedicato all’Egitto descrive la condizione umana precedente alla civilizzazione, concependo l’evoluzione anatomica e culturale dell’uomo. Questa esposizione è estremamente verosimile e sorprendente se si considera il fatto che è stata scritta oltre 2000 anni fa. Questo testo mette in luce la straordinaria capacità deduttiva dei grandi uomini del passato, che per deduzione e comparazione riuscirono a concepire realtà che non potevano esplorare direttamente con i propri occhi.

Tratto da Bibliotheca historica di Diodoro siculo, I secolo a.c.:

“…gli uomini dapprima nati vissero rozzamente ed a modo delle belve, sparsi pe’ campi a pascolo, e cibandosi di qualunque erba che avesse sapore, e de’ frutti spontaneamente dati dagli alberi. E come delle fiere erano infestati, l’esperienza li trasse a soccorrersi scambievolmente, e la paura li costrinse a fare insieme società, con che a poco a poco si conobbero fra loro simili. Ma i suoni della voce erano ancora confusi, nè avevano significato; ond’è che a poco a poco pronunciando parole articolate, e co’ gesti indicando ogni cosa cadente sotto i loro sensi, vennero poi finalmente a formare una lingua esprimente tutte le cose. Ma siccome per tutta la terra andavansi facendo le stesse congreghe, ed ognuno metteva insieme le parole a seconda degli accenti, tutti non usarono la stessa lingua, e perciò varie ne nacquero, se di ogni genere. E quelle prime congreghe diedero poi origine a tutte le nazioni. I primi uomini, mentre nulla di utile alla vita si era ancora inventato, la sostentarono con grande stento, non avendo nè abiti con che coprirsi, nè abituro ove ritirarsi, nè uso alcuno del fuoco, nè alcun modo di alimentarsi alquanto dolce: perciochè non sapendo ancora portare dalla campagna alla casa le provvigioni, non facevano alcuna riserva de’ frutti della terra per gli usi necessari. Quindi molti dell’inverno perivano per la inclemenza del freddo, e per la penuria di vettovaglie. Ma grado a grado ammaestrati dalla esperienza vennero nell’inverno a rifugiarsi nelle spelonche, e a nascondere ivi i frutti atti a conservarsi; e conosciuto l’uso del fuoco e degli altri comodi, incominciarono ad inventare molte arti, ed altre cose atte a ben servire alla vita. In breve: l’uso fu il gran maestro degli uomini; il quale uso ad ogni passo andò istruendo nella cognizione e pratica di ciascheduna cosa questo animale, pieno per natura sua d’ingegno, e provveduto di mani, di discorso, e d’industria, come di altrettanti ministri, ed atto a fare checchè egli voglia. E questo basti aver detto negli angusti limiti, che ci sono prescritti, intorno alla prima generazione degli uomini, e all’antichissimo modo di vivere”

Fonti:
“Preistoria. L’alba della mente umana” di C. Matthiae e Colin Renfrew, Edizione Einaudi
“Bibliotheca historica” di Diodoro siculo

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Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.